poeta / violenza / padre

Ho l’ansia. Non voglio condizioni. Non so come sfogare questa cosa.

Dico di voler morire ma poi mi sento quel fallito figlio di puttana di mio padre che all’occorrenza dice la stessa cosa > io mi uccido < e le mie vertebre si contorcono.

Come il vostro ragazzo o ragazza che se lasciata comincia ad insinuare di farsi del male, e tutto questo per causa vostra.

Assistere a scene del genere, viverle ogni giorno. Le fantasie più splattern abbelliscono la mia mente.

Io non sono però così, quindi preferisco uccidermi, ma mentre lo scrivo penso a quel pacchione deviato di mio padre e mi incazzo sentendomi proprio come lui. Vaffanculo. Vaffanculo!

Testa di cazzo, perché non ti spari? Ma se lo fai io voglio sentirmi libero perché non voglio esserne la causa. Se tu lo fai non devi dare la colpa a nessuno.

È questo fondamentalmente quello che da fastidio, darmi la colpa. La colpa è la pretesa per sostenere di uccidersi. Saverio non lo dice allora perché vuole uccidersi veramente, ma soltanto per dare la colpa e sentendosi così il cucciolotto smarrito e depresso.

Io, 12 anni > ero smarrito sotto quel letto, la polvere, le mutande sporche, insetti morti e l’unica via di uscita, la luce, la tua faccia, con quei cucciolosi occhi penetranti che ti prendono dalla caviglia ti trascinano fuori e ti colpiscono ovunque > cinta mani calci pugni e sopratutto la cosa che fa più male > la faccia di cazzo che esprime convinzione e determinazione in un rito che può decodificare soltanto la bestia.

Più male faceva vederlo che provarlo > osservare la bestia mentre ripropone il suo rito a mio fratello, ormai marchiato nel tempo e ancora posso vederne tracce di sostrato.

E questo figlio di una troia venuta male sostiene adesso, soltanto per ricevere attenzione e gradimento, di essere depresso e di essere pronto, con il valium in mano, di voler “bere veleno”. Questo orco pur di sentirsi parte di te, per molestare altre parti di te, utilizza la cosa più triste e drammatica > il suicidio.

Se ne autoconvince al punto da crederci sul serio.

La mia professoressa di storia del teatro direbbe che è un poeta compositore di tragicommedia > Si ribaltano i ruoli, il debole non si capisce chi sia, e il cattivo forse non esiste più, diventano tutti cattivi ed eroi soltanto per loro stessi. Per la loro parte.

Io però sono un comune fottuto cazzo di mortale, ed è così che voglio vivere. Non voglio subire la violenza di chi vuole portarti sul palco, tra gli dei e i comuni mortali, nella via di mezzo, nel continuo oscillamento psicologico. Nel turbamento e nell’instabilità di chi non sa se cadere in terra tra il pubblico o salire morendo.

Ma nel mentre, sto ancora nel mezzo.

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lOro

Ricordo lOro quando mi prendevano in giro, quando ero la sufficienza ed è così che venivo trattato. Ricordo ed è distante ma invece di allontanarsi si avvicina sempre di più. Lo sento concreto come se fosse ieri, e non me ne do pace. Fantasie di lOro che si prostrano a me e dIo li rifiuto aprendoli lentamente. Mi sento vendicato ma la rabbia aumenta sapendo che era soltanto una futile fantasia. Futile come mi hanno fatto sentire tutti. Sono stato sempre inutile e piccolo, vi oDio tutti.
Eppure volevo soltanto giocare, ero ingenuo. Questa non è violenza? Umiliare un bambino e mortificarlo non è violenza? Prenderlo per il culo iniettandogli giorno dopo giorno la sfiducia, la critica, la “pseudo” disgrazia, la crisi e la paura, la tensione o la sfortuna.

Vi oDio tutti.

Vi odio gli occhi, le labbra, i capelli, anche il viso se ne avete uno. Forse, ma siete senza volto. O forse non lo voglio ricordare. O forse nessuno mi darà pace. Perché per averla dovreste soccombere tutti.

 

Din Don!

Sei proprio da buttare > disse l’amorevole zia, che se proprio volesse buttarmi potrebbe farlo tranquillamente… già perché io sono debole e non so rispondere alle provocazioni. Ma probabilmente per lei non è stato così, è semplicemente naturale rispondermi in quel modo. Forse lo pensa, forse è reale dentro di se.
Preparo gli zaini, me ne devo andare anche se sarei voluto restare un altro poco per vomitare i miei problemi compulsivi a mia cugina, credo lei non ne avesse più voglia.

All’inizio provi ad essere “grande”, a cercare di apparire diverso, cambiato. Ma poi arrivati in famiglia (di qualsiasi zona) comincia LA SOTTRAZIONE –> tu non sei, tu potresti, forse, è meglio se… comunque è sempre stato così. Ogni minimo “errore”, ti mettono un cartello appicciato con la saliva nelle spalle (palle). Sono piccole e sottili cose, che probabilmente neanche loro se ne rendono conto, ma io gli do moltissimo peso.
Io le cose però non le faccio per dimostrarle a loro, le faccio per me. Il problema non è dimostrarle, ma sentirsi accettati per quello che appunto io SONO.

E tu SEI uno che non legge, uno che non studia, uno che non sa e che non dice. Che forse è rimasto indietro e che ancora deve evolversi, deve vedere l’immensità delle cose che solo ai pochi è permesso (per culo) vedere > E NON OSSERVARE, ASCOLTARE, ANNUSARE come farei io. Semplicemente e con disinvoltura vedere, perché ormai loro hanno le abitudini, non hanno il concetto del capire, perché appartiene alla quotidianità.

Ma se proprio cambi (e dico, SEI TU A CAMBIARE) loro non lo fanno, rimangono con gli stessi strumenti per decifrarti allo stesso modo di tanti anni fa. E che siano i nonni, gli zii, i cugini o ancora… persone del passato > tu rimani allo stesso modo per loro. O comunque, proveranno con ogni mezzo sottile e subliminale (psicologico) a ristabilire quello che per loro eri. Non saranno loro a sincronizzarsi con te, ma sarai tu (se lo permetterai) a farlo per loro.

vittima ⏦ aggressore

13 anni, giornata in piscina, ascolto l’orco che spalleggia e vanta di cose inesistenti e assurde, è mio coetaneo? Non lo ancora capito bene, ha i peli in faccia e un po ovunque, è grosso… le sue mani, le braccia e le gambe. E’ orribile e deformato, come quello che è stato. Mi racconta della sua presunta e grandiosa giovinezza perduta e di come l’abbia persa sposandosi con la donna sbagliata, mia madre. Forse vuole lasciarla mi dice, non sta più bene mi confida. Contemporaneamente una forma di impressione viscida comincia a ungere i miei pensieri, non riesco più a muovermi e mi blocco.
Lui continua a vantarsi goffamente… in un punto vago del suo ego-eloquio prende il discorso di mio fratello.
Dice che forse ha problemi, gli ricorda mio zio che è impazzito dopo essere stato cornificato, pensa però che è genetica e lui, mio fratellino, sia vittima dello stesso dna.
E’ tranquillo l’orco, non c’entra niente e il suo codice genetico è perfetto, razza ariana e pura. Discendenti ricchi, tutto nei suoi sensi è a suo favore. Magari, sostiene lui, anche io ho qualche chance di farne parte > della borghesia persa in favore della famiglia, dello sballo e delle feste, delle ragazze e dei soldi.

Tuo fratello, secondo me ha problemi… strani tic compulsivi lo attaccano senza lasciarlo libero di poter dirMi in faccia ORCO.
Mio fratello ha problemi perché suo padre lo ha scosso da bambino, e quello stesso genitore che avrebbe dovuto proteggerlo si rallegra che almeno IO non sono rimasto turbato. Ma da cosa turbato? Dal Papà.

La sera ci prendevi a pugni, ci sbattevi la faccia contro il muro, ci urlavi che eri stanco di noi. Con me non godevi quanto con mio fratello, lui si nascondeva sotto il letto per non farsi prendere, e giù nella polvere chiedeva assiduamente perdono per colpe mai avute. Io stavo seduto che aspettavo il mio turno mentre guardavo e studiavo inerte la scena.
Per riuscire a prendere mio fratello e farlo uscire da sotto il letto, usa la cinta per intimorirlo, come si fa con le bestie da cacciare. Una volta che un piede e fuori lo prende usando le dita grosse, le unghia lunghe aumentano la presa lui ora è in silenzio, non riesce a parlare perché l’altra mano è sulla sua gola, al massimo si sente qualche lamento, l’orco come intro gli dice che non è degno di essere suo figlio e per questo merita il trattamento. Si vanta almeno di avere un figlio che non ha paura (io) e che rimane ad aspettare anche lui la punizione accettando il rito.

Io

Io guardo, ma non racconto. Subisco appena 10 minuti dopo lo stesso trattamento. Io ho i capelli ricci, la presa viene meglio dalla mia testa. Sapore di muro, gli occhi guardano adesivi sul mobile dove mia madre ripone la mia biancheria… mi alieno, mi estraneo, vado via per un attimo-lungo dal mio corpo per provare a non capire.

Ma ci siamo, adesso ho capito… mio fratello ha cominciato a mostrare i segni di una scossa non perché ci fosse nato – è semplice. Ma per colpa di Papà. E quello stesso Papà non si capacità per i suoi diserbi ossessivi compulsivi, non capisce che è stato lui. E’ stato papà mio.

E’ stato questo figlio di puttana (la sua stirpe) che adesso aprirei lentamente. E non sopporto sentire che se faccio così divento come lui, perché non è così. Non serve a nulla pensare moralisticamente che tanto adesso l’ho superato. Lui mi ha tolto una parte di ME. E meriterebbe di essere murato vivo nelle pareti dove mi ha pressato con modi vigorosi.
Ma sapete una cosa? Io non lo toccherò mai non perché sennò farei i suoi stessi errori. Ma semplicemente perché non voglio SPORCARMI DI LUI. Della sua razza superiore, di cui l’unica paura adesso ironicamente, è farne parte.

Preferisco piuttosto pensare di costruire la mia famiglia, amare mia moglie, avere dei miei figli e trattarli con rispetto.

Sono gli ideali forti ad avermi salvato, non le trame dei film dove la vittima non uccide mai il suo aggressore per non passare dalla parte sbagliata. Fare fuori il mio aggressore mi avrebbe reso probabilmente libero, ma sporco. Ed Io rimango e voglio rimanerci > pulito.

Tra(u)ma.

Sono gli effetti evidenti di un lungo tempo trascorso vicino ad umiliazioni continue che hanno corrotto i miei pensieri, ridondanti sempre su quei problemi che adesso io chiamo traumi.
Trauma > in qualche modo ha a che fare con la Trama. Di un film forse? Di una canzone? E per essere più sottili lo chiamo “procedimento compositivo” < è stato interrotto ripetutamente da svariati contesti di fuoco, ma dopo soltanto alcuni anni “ho capito”. Perché all’inizio non sembra scottare, non appare maligno, fa parte delle tante cose che accadono (o devono accadere?). Ora e adesso invece, io stesso sono diventato il brutto pensiero.
Vivendo quei ordini (insieme di strutture che compongono l’esistenza) non posso aver fatto altro che assimilarli come chiunque farebbe e fa nei suoi casi. Il mio di caso è diverso (come tutti gli altri), ma in modo deviato. Ma non deviato io, sono i contenuti dei traumi ad esserlo. E’ per questo che mi disturbano. Se non mi disturbassero allora sarei io stesso il trauma ma preferisco sinceramente, rimanere il brutto pensiero.